Ars, “Liste pulite” addio si ricandidano anche gli arrestati

Quattro dei sei deputati uscenti che, durante la legislatura appena conclusa, erano finiti in cella, riprovano a conquistare il seggio. Tentati dal ritorno a Sala d’Ercole anche condannati eccellenti come l’ex presidente della Regione Giuseppe Drago. Ecco, partito per partito, i casi che imbarazzano gli aspiranti governatori

di EMANUELE LAURIA (13 settembre 2012)

Un mantra della campagna elettorale già calpestato dai partiti: “Liste pulite”, hanno urlato a turno aspiranti governatori e leader delle forze politiche in corsa per le Regionali. Ma gli elenchi dei candidati che si vanno definendo in queste ore tradiscono quelle promesse. Non mancano condannati, rinviati a giudizio e indagati, fra i partecipanti alla gara per un seggio a Palazzo dei Normanni: uno scenario che si presenta in netta continuità con la legislatura appena conclusa, che ha visto quasi un parlamentare su tre finire sotto inchiesta. Quattro dei sei onorevoli finiti agli arresti negli ultimi anni ritentano la strada dell’elezione. Cateno De Luca, “Scateno” per autodefinizione e leader della Rivoluzione siciliana, arrestato (ingiustamente, secondo la Cassazione) nel giugno del 2011 e ancora indagato per tentata concussione e abuso d’ufficio, prova addirittura a candidarsi alla presidenza della Regione. “L’unico giudizio che conta, per me, è quello che a fine ottobre daranno gli elettori”, ha urlato di recente “Scateno” nel corso della sua convention palermitana.
Così sia. Chissà cosa penseranno gli elettori, invece, del ritorno in campo di Roberto Corona e Fabio Mancuso. Il primo, esponente messinese del Pdl, era stato arrestato a dicembre nell’ambito di un’inchiesta su polizze fideiussorie false condotta dalla Procura di Roma. Corona, cui solo tre mesi fa è stato revocato l’obbligo di dimora, si accinge ad affrontare un processo che comincerà il 15 ottobre, tredici giorni prima delle elezioni. Lui si ricandida per l’Ars nella lista del Pdl. E nei manifesti già comparsi in provincia chiede il voto in nome di “una buona politica”. Mancuso, invece, ha subito un provvedimento di custodia cautelare per bancarotta. Ha lasciato il Pdl e si appresta a candidarsi per il Partito dei siciliani di Lombardo. E nel Pds, alla corte di Lombardo, dovrebbe riproporsi anche Riccardo Minardo, altro deputato finito agli arresti nella legislatura appena chiusa (è stato rinviato a giudizio per truffa).
La lista degli aspiranti deputati alle prese con guai giudiziari è lunga e mette in imbarazzo i candidati alla presidenza. Nello Musumeci, che ha messo nel suo slogan elettorale la parola “onestà”, dovrà spiegare non solo il caso-Corona. A Messina, per dire, nella sua coalizione ci riprova Giuseppe Buzzanca, prima sindaco, poi deputato, poi entrambe le cose, rimasto aggrappato al doppio ruolo grazie a una leggina ad personam dell’Ars e, in passato, condannato a sei mesi per peculato. Dall’altra parte della Sicilia, a Trapani, un altro ex sindaco, Girolamo Fazio, corre per l’Assemblea con alle spalle una condanna a 4 mesi per violenza privata (commutata in una multa). A Palermo riecco Salvino Caputo, iperproduttivo deputato uscente che ha avuto la “sfortuna” di imbattersi – quand’era sindaco di Monreale – in una condanna a due anni (pena sospesa) per abuso d’ufficio e falso: Caputo nel 2004 avrebbe dispensato dal pagamento di multe automobilistiche un assessore e l’autista del vescovo. E nella Catania di Musumeci si riaffaccia nella competizione elettorale, nel Pdl o nella lista Forza Sicilia, l’ex assessore regionale Domenico Rotella, condannato a due anni e tre mesi per falso in bilancio. Peccati gravi o veniali, a volte.
Ma la situazione non cambia spostandosi nel Pid. Innocenzo Leontini, che proprio ieri ha lasciato il Pdl per il movimento di Saverio Romano, porta con sé anche i sospetti legati a un’inchiesta su falsi attestati di invalidità che lo vedrebbe fra gli indagati, malgrado lui smentisca con forza qualsiasi coinvolgimento. La notizia più rilevante, nel Ragusano, è quella del possibile ritorno in campo di Giuseppe Drago, ex presidente della Regione condannato in via definitiva a tre anni per l’utilizzo improprio dei fondi riservati di Palazzo d’Orleans. L’interdizione dai pubblici uffici è scaduta e Drago ha confidato ai suoi amici l’intenzione di ricandidarsi per il Pid. Il cui capogruppo, Rudy Maira, è indagato a Caltanissetta per associazione a delinquere finalizzata alla gestione degli appalti pubblici.
La questione morale sta per irrompere anche nello schieramento di Micciché, dove Fli tenta di imporre un codice etico che farebbe a pugni con alcune candidature degli alleati. Grande Sud è alle prese con la volontà di Franco Mineo di ricandidarsi, malgrado un processo a suo carico per intestazione fittizia dei beni di un boss. E malgrado le già accennate candidature, nelle liste del Pds, di deputati indagati o inquisiti. “Vedremo alla fine chi, fra me e Crocetta, avrà le liste più pulite”, aveva detto Micciché. Scommessa difficile da vincere, quella lanciata dall’ex forzista al candidato di Udc e Pd. Che qualche grana, però, l’ha già: come l’inchiesta per voto di scambio che a Marsala coinvolge l’ex eurodeputata Eleonora Lo Curto, passata dall’Mpa all’Udc. Una macchia lieve, forse, ma che anche nel centrosinistra pone il tema della limpidezza delle candidature.

Fonte: palermo.repubblica.it

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