Più chiaro, anzi più Azzurro di così…

Ci sono domande che hanno risposte e altre che non ne hanno, ma di base uno le domande le deve fare sempre, perché solo facendo delle domande capisce se c’è qualcosa che non va.(cit. R. Lipari). Ecco, noi ci facciamo alcune domande sulle manifestazioni a pagamento che si sono svolte in queste settimane dopo quella […]

SISMA E PREVENZIONE: IL PRIMO SETTEMBRE DE VINCENTI IN AUDIZIONE ALLE COMMISSIONI AMBIENTE DI CAMERA E SENATO

Giovedì primo settembrealle 11.30, sono convocate congiuntamente le Commissioni Ambiente Territorio e Lavori Pubblici della Camera e Ambiente del Senato per confrontarsi con il Sottosegretario De Vincenti in merito all’azione della Protezione Civile nell’emergenza del terremoto che ha colpito il centro Italia, sull’adeguatezza degli strumenti legislativi recentemente approvati proprio in materia di protezione civile, su quanto è necessario fare per sostenere le popolazioni e accompagnare la ricostruzione dei territori colpiti e sulla necessità di avviare da subito una seria azione di prevenzione antisismica.
Riteniamo che questo sia possibile a partire da un ampliamento dell’ecobonus  anche in funzione antisismica per le case, gli edifici pubblici e le imprese e che sia necessario farlo dalla Legge di Stabilità.
Il governo ha investito risorse importanti nella manutenzione del nostro fragile territorio dove spesso abusivismo e incuria hanno amplificato gli effetti di eventi sismici e del dissesto idrogeologico. Primi passi sono stati mossi anche per favorire la messa in sicurezza in chiave antisismica delle abitazioni: l’ecobonus, la detrazione fiscale del 65% dei costi dei lavori, è stato esteso anche a questa tipologia di interventi. Adesso bisogna rafforzarlo ed estenderlo agli interi edifici, alle strutture pubbliche e alle imprese”.
Lo dichiarano congiuntamente Realacci, presidente della VIII Commissione Ambiente della Camera, e Marinello, presidente della XIII Commissione Ambiente  del Senato, annunciando la convocazione congiunta delle due Commissioni per l’audizione di De Vincenti sul terremoto il prossimo 1° settembre.

La maledizione di Tikulti-Ninurta

“Guârdati dal rimuovere la mia stele e il mio nome: la dea Ishtar, la mia signora e padrona, distruggerà il tuo potere, spezzerà le tue armi, sterminerà la tua discendenza e ti consegnerà ai tuoi nemici”.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e intermediazione d’affari; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antiche potenze che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricche? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.

La maledizione di Tikulti-Ninurta

“Guârdati dal rimuovere la mia stele e il mio nome: la dea Ishtar, la mia signora e padrona, distruggerà il tuo potere, spezzerà le tue armi, sterminerà la tua discendenza e ti consegnerà ai tuoi nemici”.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e brokeraggio; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antiche potenze che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricche? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.

La maledizione di Tikulti-Ninurta

“Guârdati dal rimuovere la mia stele e il mio nome: la dea Ishtar, la mia signora e padrona, distruggerà il tuo potere, spezzerà le tue armi, sterminerà la tua discendenza e ti consegnerà ai tuoi nemici”.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e brokeraggio; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antichi regni che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricchi? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.

PROFUGHI: SI DEI TEDESCHI AGLI ARRIVI DALL’ITALIA

«Da settembre la Germania si impegna ad accogliere dall’Italia diverse centinaia di migranti con lo schema della relocation». La notizia, in avvio del suo intervento al Meeting, la dà il ministro dell’Interno tedesco Thomas De Maiziére. Si capisce subito che è più di un faccia a faccia quello con il suo omologo italiano Angelino Alfano. Un vero e proprio vertice operativo, in effetti, tenutosi per circa un’ora già prima, negli inaccessibili ‘salottini’ dell’organizzazione e quello che ne viene fuori nel salone – in contemporanea e ideale sintonia con il vertice di Ventotene – è un vero e proprio asse italo-tedesco sull’immigrazione. Un’intesa bilaterale che, al di là della reciproca soddisfazione dei protagonisti, punta a dettare la linea a tutti. «Speriamo sia un buon esempio che possa essere seguito», auspica De Maiziére, che chiede «comprensione» per i ritardi registrati nel mettere in opera il piano, ricordando però come, la Germania, il suo lo abbia già fatto. «Abbiamo già accolto moltissimi migranti, anche se non è stato possibile fare tutto quel che ci si aspettava. Ma abbiamo un dovere di solidarietà. Abbiamo preso un impegno», ribadisce. E dopo le incomprensioni su un tema posto soprattutto dall’Italia, «ora abbiamo smesso di litigare: non ci sono più differenze, con il ministro Alfano ne abbiamo parlato, accettiamo l’onere della redistribuzione dall’Italia», assicura il ministro tedesco. 

Numeri non eclatanti, per il momento, ma è l’impegno quel che conta e la promessa che si partirà già da settembre. Alfano si dice soddisfatto. «Se la Germania fa ripartire la relocation, nessuno potrà sottrarsi dopo che Berlino ha accolto nel 2015 oltre un milione di profughi. Se prende anche quelli che vengono dalla equa redistribuzione europea, sarebbe irresponsabile se altri Paesi si sottraessero». 

LIBERATE DUE TARTARUGHE CARETTA CARETTA

Liberate nel mare di Triscina di Selinunte i due esemplari di tartaruga nei mesi scorsi erano finiti nelle reti dei pescatori ma fortunatamente erano rimaste in vita, una aveva inghiottito un amo, ed una un sacchetto di plastica, dopo le provvidenziali cure alle quali sono state sottoposte dagli esperti dell’istituto zooprofilattico regionale,  si è deciso di rimetterle in mare e per fare questa operazione è stato scelto il mare della nostra città.
I due esemplari che avevano un’ età di circa 40 anni ciascuna, pesavano rispettivamente 10,8 kg, e 38 kg.
All’’evento erano presenti il Sottosegretario all’’ambiente On. Barbara Degani, il Presidente della Commissione Ambiente del Senato, Sen. Giuseppe Marinello,  che ha poi liberato insieme al Sottosegretario Degani l’altra tartaruga, il Direttore dell’Istituto Zooprofilattico Sicilia, Dr. Santo Caracappa ed il Direttore Generale della Protezione della natura e del mare, Dr.ssa Maria Carmela Giarratana, oltre al primo cittadino ed ai componenti della Giunta Municipale ed oltre un migliaio di persone che hanno gremito la spiaggia  nei pressi della struttura turistica TriscinaMare, ed addirittura immergendosi nelle acque a centinaia per non lasciarsi sfuggire l’occasione di poter immortalare lo storico evento.
http://www.teleradiosciacca.it/triscina-oltre-mille-persone-per-la-liberazione-di-due-tartarughe-caretta-caretta/

Presentazione del libro “Né vivi né morti – L’odissea della nave Hedia e l’assassinio di Enrico Mattei”

  Ecco il più incredibile giallo marinaro del XX secolo, brillantemente risolto con un’inchiesta sul campo durata due anni da Gianni Lannes, un ex giornalista investigativo italo-francese. Correva il 14 marzo 1962 quando l’Hedia, un mercantile di 4 mila tonnellate varato nel 1915, battente bandiera liberiana ma di proprietà della Compagnia Naviera General S.A. di […]

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“Voglia di emergere” – Mostra di scultura di Felice Alba a Sciacca

Felice Alba ha intitolato la sua prima mostra personale “Voglia di emergere” per due motivi ben precisi. Dopo anni di studio e apprendistato il giovane scultore saccense ha deciso di mostrare al pubblico le sue opere col chiaro intento di mettere in evidenza la sua personalità e il punto di partenza del suo percorso artistico. Il […]

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Effetto Gangi: scopa ed è felice!

Scopa ed è felice. È un piacere vederlo all’opera. Non si stanca. Ed è umanamente comprensibile. Quando svolgi un’attività con trasporto non ti puoi mai affaticare. Vorresti, anzi, continuare all’infinito. È come una passione: non pensi alla fatica e se arriva la superi con l’entusiasmo, con la voglia di arrivare alla fine per completare l’opera. 

Lo osservi quando si presenta davanti ai tuoi occhi. E ti ritorna una splendida impressione. Vorresti anche tu trovarti al suo posto, dentro il suo irradiante stato d’animo così preso nel dare vita a gesti semplici, elementari, antichi, necessari, pure ripetitivi ma mai noiosi. 

Mi sto riferendo a una persona, sui sessant’anni, che non conosco. Un uomo che ho ammirato una sera d’agosto a Gangi, città d’arte arroccata sulle Madonie elevata qualche anno fa a “borgo più bello d’Italia”. Mi è rimasto così impresso che a distanza di qualche giorno quello che ho visto mi ha spinto a dare voce al ricordo. In questo modo lascio una traccia di memoria su un aspetto che a prima vista potrebbe sembrare di per sé insignificante specialmente se legato a un paese che ti offre arte, cultura, sapori, paesaggi, aria di qualità. 

Ricordo… L’uomo aveva in mano una ramazza e una paletta e scopava continuamente le strade e le piazze del centro storico, senza mai staccare. Lo faceva con cura, attenzione, scrupolo, sorridendo. Salutava le persone che gli rivolgevano la parola, continuando a guardare il pavimento del proprio paese alla ricerca di piccoli rifiuti da rimuovere. 
E quindi? 

Le strade e le piazze, chiuse alle auto, non le ho trovate pulite ma pulitissime, pure il meraviglioso  spiazzo del belvedere, ai piedi della gotica Torre dei Ventimiglia, aperto ai venti delle ampie vallate (dentro una ricostruzione di vita contadina, assisti allo spettacolo di un anziano in costume d’epoca, tra paglia svolazzante, intrecciare vimini per realizzare ceste, anche a richiesta). 

E allora? dirà qualcuno, cosa c’è di così speciale da meritarsi tanta considerazione?

Facendo un giro a piedi nel “percorso turistico” di Gangi suggerito da cartelli, non ho incontrato a terra una cicca, una lattina o una bottiglia vuota, un fazzoletto usato, l’incarto di un gelato o di un panino divorato. Niente! Proprio niente! Solo lucido selciato e i colori e il profumo di piante lasciate crescere davanti all’uscio di antiche case. 

Anche questa è estate: uscire dal proprio guscio per scoprire altri luoghi, altre usanze, altri volti e altri sorrisi di Sicilia, la mia, la nostra terra. 
Raimondo Moncada 
www.raimondomoncada.blogspot.it 

InterCoPA: “La beffa dell’acqua pubblica del Governo Crocetta”

Il nove agosto scorso il FORUM Siciliano dei Movimenti per l’acqua e i beni comuni, di cui Inter.Co.PA è parte, ha richiesto un incontro con il Presidente Crocetta presso la IV° Commissione legislativa Ambiente e Territorio al fine di chiarire il destino della L.R.19/2015, contestualmente si è richiesto l’accesso agli atti già avanzata nel 2014 […]

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PREMIO LA CAMPANA DI BURGIO 2016

“Per
il suo impegno in favore della Cultura, della Tradizione e della
Storia siciliana e Italiana”.

Con
questa motivazione riceverò il Premio letterario “La campana di Burgio” giunto
quest’anno alla quarta edizione.

Il
riconoscimento sarà consegnato sabato prossimo 27 agosto a Burgio
(Ag) nel corso della cerimonia che si terrà presso l’antico castello
della cittadina agrigentina.

Già lo

MARICA RIBAUDO di Sciacca è stata eletta MISS ROCCHETTA BELLEZZA SICILIA EST

MARICA RIBAUDO 19 anni di Sciacca (AG) è stata eletta MISS ROCCHETTA BELLEZZA SICILIA EST nello splendido scenario della Scala Santa Maria del Monte a Caltagirone (CT) Città della Ceramica e vola alle Prefinali Nazionali di Jesolo (VE).
In una serata evento che ha coniugato la bellezza femminile con quella artistica un numerosissimo pubblico ha applaudito più volte a scena aperta le finaliste che scendevano dalla lunga scalinata decorata nelle alzate dei gradini con mattonelle di ceramica artigianale.
La giuria premia la diciannovenne saccense Marica Ribaudo dandole accesso alle Prefinali Nazionali di Jesolo.
Premiate anche Giulia Alberghina (Miss Rocchetta Bellezza), Giulia Cardullo (Miss Rocchetta 3^ class.), Giulia Russello (Miss Tricologica), Roberta Leonardi (Miss Interflora), Miriana Volpe (Miss Dermal Institute).
Si ringraziano:
TRICOLOGICA: Giuseppe La Cognata (Trizzi Team)
TRICOLOGICA: Franco Sammartino (Parrucchiere Franco & Team)
foto: fabrizio dia

Azzurro Fest 2016 – Sciacca 24,25,26,27 Agosto

Andy Luotto
24 Agosto – Piazza Rossi
La scheda
MERCOLEDI’ 24 AGOSTO 2016
Ore 18.00:
Village Azzurro Le eccellenze gastronomiche del Mediterraneo –  Area Espositiva – Laboratori gastronomici
Azzurro Street Food Degustazioni tipiche siciliane a cura dello Chef NATALE GIUNTA
Ore 20.00
Talk show presenta VANESSA GALIPOLI
Cooking show – Chef ANDY LUOTTO  “Alice nel paese delle meraviglie”
– Burro e Alici;
– L’Alice nel cuore
– Spaghetto Sciaccoso;
– Bagna Cauda con Alici di Sciacca;
Ore 22.30:
CONCERTO – I CAMMURRIA

Angelo Pumilia
25 Agosto – Piazza Rossi
La scheda
GIOVEDI’ 25 AGOSTO 2016
Ore 18.00:
Village Azzurro Le eccellenze gastronomiche del Mediterraneo – Area Espositiva –  Laboratori gastronomici
Azzurro Street Food Degustazioni tipiche siciliane a cura dello Chef NATALE GIUNTA
Ore 20.00
Talk show presenta VANESSA GALIPOLI
Cooking Show – Chef ANGELO PUMILIA
 “Croccante di Spatola”
Ore 22.30:
CABARET
GIOVANNI CACIOPPO

Sonia Peronaci
26 Agosto – Piazza Rossi
La scheda
VENERDI’ 26 AGOSTO 2016
Ore 18.00:
Village Azzurro Le eccellenze gastronomiche del Mediterraneo – Area Espositiva – Laboratori gastronomici
Azzurro Street Food Degustazioni tipiche siciliane a cura dello Chef NATALE GIUNTA
Ore 20.00
Talk show presenta VANESSA GALIPOLI
Cooking Show  – Chef SONIA PERONACI
“Sugherello in guazzetto con tortino di cous cous di riso e mais”
Ore 22.30:
CONCERTO –  BABIL ON SUITE

Max Gazzè
27 Agosto – Piazza Rossi
La scheda
SABATO 27 AGOSTO 2016
Ore 18.00:
Village Azzurro Le eccellenze gastronomiche del Mediterraneo – Area Espositiva – Laboratori gastronomici
Azzurro Street Food Degustazioni tipiche siciliane a cura dello Chef NATALE GIUNTA
Ore 22.00:
CONCERTO
MAX GAZZE’

Azzurrofest.it il programma

Vivere l’esperienza di pre-morte virtuale

Pur restando in vita possiamo morire. E, pur restando sempre in vita, possiamo essere pianti per morti, da familiari, amici e conoscenti. Succede con la morte digitale. 

Se sei ogni giorno vivo e presente su un social, con riflessioni, scherzi, interazioni con i tuoi contatti a qualsiasi ora del giorno… insomma, se in ogni momento della giornata fai sentire il tuo fiato, mancare di colpo senza preavviso è come non avere più vitale respiro. E scateni reazioni a catena come quando perdi d’improvviso le tracce di un bambino in spiaggia o di un sub al mare. Prima ti preoccupi, ti chiedi dove possano essere andati, poi cominci a provare un sentimento di angoscia, quindi metti in campo ogni utile azione per cercare il disperso. 
“Perché Raimondo non scrive più su Facebook? Perché è assente da due ore… dieci ore… ventiquattro ore… un giorno… due giorni? Ora è troppo! Sarà successo qualcosa”. 
Ti poni mille domande. Non pensi ad altro che al male: “Gli sarà successo qualcosa di grave! Non è possibile! È da quarantacinque ore che non dà segni di vita”. 
Ritornando agli esempi di prima, non è contemplabile la possibilità che la bambina si sia allontanata dall’ombrellone dei genitori per andare a giocare con una compagna di asilo vista in lontananza o che il sub si sia fermato a contemplare il paradiso di una grotta sotterranea. 
Il social è diventato come la vita. Se ti vedo, sei vivo; se non ti vedo, sarà successo qualcosa di inspiegabile o di irreparabile. Perché il social ti dà un corpo e un’anima. Ti dà un’identità che può corrispondere come non corrispondere con quella reale. Nella vita reale, infatti, puoi essere un musone solitario, mentre nella dimensione digitale puoi apparire come un modello di simpatia; così come nella vita reale puoi essere un delinquente mentre nella sfera social un santo. 

In questi giorni di silenzioso agosto ho deciso di mettermi in vacanza per un po’ dai diversi mondi social frequentati da anni per svago, per babbio, per esercizio, per confronto, per ridurre le distanze ecc. Non è stato facile resistere alla tentazione di accedere a Facebook o a Instagram, resistere alla tentazione di pubblicare un pensiero o una fotografia o un link, di rispondere alla sollecitazione di un amico o di un’amica. Il digiuno digitale, a tempo determinato, è stata una scelta premeditata. È un’esperienza da fare di tanto in tanto per le innegabili conseguenze benefiche sulla psiche e sul corpo (reali). Staccare per un po’ è come andare in ritiro spirituale: ti rigeneri, per poi rientrare in vita più vivo che mai. 

Bisogna però tener presente l’effetto collaterale di tale scelta radicale che non tutti comprendono. L’assenza momentanea dal social può essere vissuta come un’esperienza di pre-morte digitale: non essendoci, non esisti. 
Pur non accedendo ai social, ho sentito dentro di me le voci preoccupate degli amici: “Ma Raimondo? Dov’è? Sei fuggito? Stai male? Stai bene? Stai così così? Se ci sei batti un colpo? Se non ci sei battine due?” 
E così di questo passo. 
La preoccupazione nasce dalla mancanza di preavviso. Non ho avvertito nessuno del mio momentaneo ritiro. Avrei dovuto scrivere un post pubblico: “Da giorno 19 agosto siamo in ferie. Il negozio riaprirà il 21 dopo l’alba, al risveglio. Non bussate, perché non vi sarà aperto. Non chiamate, perché non vi sarà risposto”.
Mi chiedo: non averlo fatto sarà stato segno di mancanza di rispetto? di maleducazione?
Il social ha ristretto così i confini tra pubblico e privato che ci sentiamo tutti strettamente legati. Una deviazione alla routine non è consentita. Devi essere informato su tutto quello che succede, su tutto quello che fanno gli amici che segui con estremo piacere. 
Non puoi permetterti, dunque, di staccare un giorno che subito si accendono le sirene e partono le ambulanze. Da un lato, diciamocelo, ti fa un enorme piacere sapere che non sei solo in questo mondo, che ci sono persone in carne, cuore e ossa che stanno in pensiero, che si preoccupano di te e della tua salute: ti dimostrano di tenere molto a te e o a quello che di te su Facebook rappresenti. Dall’altro lato ti dimostra che la vita social è ormai una realtà che sta superando o ha superato la realtà fisica e non puoi permetterti di assentarti oltre un certo limite di tempo. Faresti vivere alla tua corporeità virtuale l’esperienza dell’assenza angosciante o della morte, con le conseguenze del caso uguali a quelle della vita reale. 
Alla morte corporale, comunque, non c’è rimedio. A quella virtuale sì. Da morto digitale puoi sempre resuscitare e vivere pure una nuova vita, diversa dalla prima, con una nuova identità e nuove idee. 
Grazie di cuore a quanti mi hanno pensato: sono ancora vivo, nella vita reale e in quella virtuale. Questa pagina di diario intimo-personale ne è la dimostrazione lampante anche se qualcuno potrebbe a questo punto obiettare: ma lo ha scritto il Raimondo Moncada con cui finora ho interagito o un’altra entità che si spaccia per Raimondo Moncada? E in quest’ultimo caso, il vero Raimondo Moncada dov’è?
Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 

Il silenzio rispettoso dei porci

Anche il silenzio stordisce se non ci sei abituato. Ma non fa male. Anzi. È consigliato dai migliori scienziati (quelli veri) perché fa bene alla salute. 

Il silenzio non è tutto uguale. C’è silenzio e silenzio. È difficile trovarlo dentro di sé, ancora più difficile trovarlo fuori. Dentro sei disturbato dal traffico sempre più rumoroso dei pensieri che si avvicendano e si riproducono all’infinito. Fuori sei raggiunto dai rumori della quotidianità urbana: le auto, le moto, gli squilli dei cellulari, i televisori accesi, le radio a tutto volume, gli aerei che ti passano sopra la testa, la gente che incurante della quiete altrui urla all’aria aperta, dentro le vibranti mura domestiche e pure sui social, di notte e di giorno, dove non distingui più il finto dal vero e il vero dal finto. Iperconnessi col mondo reale e la dimensione virtuale, con un concerto perenne di rumori che ci diventa molto familiare e ci corrode dentro. 
Non hai scampo! Sei inseguito pure dentro una chiesa dove il sacro silenzio dovrebbe essere la dimensione di partenza. 
Il silenzio è uno stato di pace, senza rumori, senza disturbi, senza distrazioni. È difficile trovarlo o crearlo nel nostro ambiente abituale, quello urbanizzato dove anche la nera notte è offuscata dalla luce dei lampioni e dalla musica che da qualche luogo lontano ti arriva alle orecchie penetrando ogni minuto anfratto del tuo cervello. 

Per un giorno ho rifatto, dopo non so quanti anni, esperienza full-immersion del silenzio. Quello vero. Quello puro. All’inizio è frastornante. Ti disturba pure come un brusio di fondo, e non ti senti a tuo agio. 

Poi succede qualcosa. 
È accaduto in montagna, sulle Madonie, nel cuore della Sicilia, in una fattoria sperduta in territorio di Gangi: niente rumori di auto, niente musica, niente tv, niente internet, niente telefonate, con le voci umane ridotte all’essenziale. Solo natura a perdita d’occhio, lontano dai nuclei urbanizzati, immerso nel verde dei boschi, tra vallate gialle col grano già mietuto dove vivi solo con mucche, cavalli, pecore, corvi, falchi e maiali neri dal grugnito pronunciato.
Di tanto in tanto qualche vecchio casale a interrompere la visione immacolata della natura. 
Non senti più il rumore della tua consueta quotidianità. Niente notizie di guerre, di olimpiadi. In ritiro, spegni pure la luce del bagno collegata alla rumorosa ventola dell’aspira odori. Senti solo muggiti, belati, latrati, ragli, grugniti, il suono dei campanacci. Senti il battere dei tuoi passi sul selciato. Senti il suono dell’aria cristallina entrare e uscire dalle tue narici intossicate da anni di invisibile e puzzolente smog. 
E quando cala la sera, col sole che si nasconde dietro le vette dopo averti regalato un tramonto violaceo, senti le cicale fare il verso alle stelle. 
I maiali neri si spengono. Come si spegne ogni altra forma di vita. Cala la notte e cala il silenzio assoluto. È diverso, molto diverso, dal silenzio del tuo mare. Ha un’altra pasta. Te lo gusti tutto, così come l’aria, così come i profumi, così come tutto, in una notte insolita, colma d’essenza di vita, dove fino all’alba dura pure il silenzio rispettoso dei porci. 
Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it

Il consigliere silenzioso

Il Consigliere Catanzaro, in risposta ad un commento ad un suo post su Facebook, afferma di dare risposte ai suoi elettori ed a noi comuni cittadini senza fare propaganda, di non utilizzare i social per attaccare o promuoversi senza poi concludere niente, di lavorare nel silenzio e risolvere le cose, fare del bene con i […]

LIFE e L.I.L.T. ringraziano per le donazioni ricevute

La seconda edizione di LIFE: memorial Fabrizio Piro, dedicata quest’anno al viaggio, si è conclusa da qualche giorno con un buon successo di pubblico. I visitatori hanno apprezzato soprattutto le foto dei viaggi di Fabrizio attraversando tutto il Mondo attraverso esse. Apprezzata anche la scelta espositiva arricchita da cumuli di vecchie valigie. Anche quest’anno LIFE […]

Bloccato un carico di sosizza diretto a Rio: “È doping!”

Già si era sentito penetrante l’odore per le sicule contrade. Il Pil si era di colpo impennato con grande beneficio per tutta l’economia italiana, da nord a sud. Ora l’inaspettato blitz olfattivo che mette in ansia il popolo ferragostano, dall’Italia al Brasile. 

L’aumento sproporzionato di sosizza, anche se a ridosso del Ferragosto, ha insospettito gli esperti che combattono lo spaccio e l’uso di sostanze atte a modificare le prestazioni psicofisiche umane. 
“Cosa si nasconde dietro così tanti caddrozzi quando, per questo Ferragosto, i fuochi saranno vietati in spiaggia comprese, forse, le grigliate a legna?”
È stata questa la domanda che ha spinto gli esperti ad allungare il naso e a potenziare i controlli in tutta la catena di produzione: dalla carne al capuliato, dal budello al caddrozzo. E, in un’annusata a sorpresa, si è scoperta una catena di Tir carichi fino al portapacchi di sasizza (una variante meno raffinata di sosizza). 
L’odore di carne fresca e del finocchietto selvatico ha subito insospettito a chilometri di distanza i fini annusatori che, al volo, sul posto e su due piedi, si sono messi ad assaggiare a random un caddrozzo di sosizza per cassetta. Hanno quindi deciso di far fare altri test come la prova falò con grigliata notturna in spiaggia per verificare l’effetto strammamento sui bagnanti. 
Si è arrivati così alla decisione di trattenere tutti i Tir, soprattutto tutto il carico. Il sospetto più grande è quello che i pesanti automezzi, tipo anfibio, fossero in partenza via mare per Rio, in Brasile, dove sono in corso di svolgimento le Olimpiadi. 
La sosizza col finocchietto selvatico, se assunta in particolari contesti, come ad esempio un falò di Ferragosto in uno stadio olimpico, potrebbe alterare, con un buon bicchiere di vino, lo stato emotivo-sentimentale degli atleti migliorandone l’umore. Un atleta felice e con la panza piena di sosizza potrebbe far fare malafigura ad atleti infelici e senza sosizza. 
Stando così le cose, la sosizza, con capuliato suino, pepe, sale e finocchietto selvatico, è da considerarsi doping a tutti gli effetti e va assunta lontano mesi e mesi da competizioni ufficiali. Un record di sosizza non sarebbe accettato. 
Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 
P.S. Racconti di ironica fantasia sotto il sole. 

Bloccato un carico di sosizza diretto a Rio: “È doping!”

Già si era sentito penetrante l’odore per le sicule contrade. Il Pil si era di colpo impennato con grande beneficio per tutta l’economia italiana, da nord a sud. Ora l’inaspettato blitz olfattivo che mette in ansia il popolo ferragostano, dall’Italia al Brasile. 

L’aumento sproporzionato di sosizza, anche se a ridosso del Ferragosto, ha insospettito gli esperti che combattono lo spaccio e l’uso di sostanze atte a modificare le prestazioni psicofisiche umane. 
“Cosa si nasconde dietro così tanti caddrozzi quando, per questo Ferragosto, i fuochi saranno vietati in spiaggia comprese, forse, le grigliate a legna?”
È stata questa la domanda che ha spinto gli esperti ad allungare il naso e a potenziare i controlli in tutta la catena di produzione: dalla carne al capuliato, dal budello al caddrozzo. E, in un’annusata a sorpresa, si è scoperta una catena di Tir carichi fino al portapacchi di sasizza (una variante meno raffinata di sosizza). 
L’odore di carne fresca e del finocchietto selvatico ha subito insospettito a chilometri di distanza i fini annusatori che, al volo, sul posto e su due piedi, si sono messi ad assaggiare a random un caddrozzo di sosizza per cassetta. Hanno quindi deciso di far fare altri test come la prova falò con grigliata notturna in spiaggia per verificare l’effetto strammamento sui bagnanti. 
Si è arrivati così alla decisione di trattenere tutti i Tir, soprattutto tutto il carico. Il sospetto più grande è quello che i pesanti automezzi, tipo anfibio, fossero in partenza via mare per Rio, in Brasile, dove sono in corso di svolgimento le Olimpiadi. 
La sosizza col finocchietto selvatico, se assunta in particolari contesti, come ad esempio un falò di Ferragosto in uno stadio olimpico, potrebbe alterare, con un buon bicchiere di vino, lo stato emotivo-sentimentale degli atleti migliorandone l’umore. Un atleta felice e con la panza piena di sosizza potrebbe far fare malafigura ad atleti infelici e senza sosizza. 
Stando così le cose, la sosizza, con capuliato suino, pepe, sale e finocchietto selvatico, è da considerarsi doping a tutti gli effetti e va assunta lontano mesi e mesi da competizioni ufficiali. Un record di sosizza non sarebbe accettato. 
Raimondo Moncada
www.raimondomoncada.blogspot.it 
P.S. Racconti di ironica fantasia sotto il sole. 

LIFE e L.I.L.T. ringraziano per le donazioni ricevute.

La seconda edizione di LIFE: memorial Fabrizio Piro, dedicata quest’anno al viaggio, si è conclusa da qualche giorno con un buon successo di pubblico. I visitatori hanno apprezzato soprattutto le foto dei viaggi di Fabrizio attraversando tutto il Mondo attraverso esse. Apprezzata anche la scelta espositiva arricchita da cumuli di vecchie valigie. Anche quest’anno LIFE […]

L’articolo LIFE e L.I.L.T. ringraziano per le donazioni ricevute. sembra essere il primo su L’AltraSciacca – Sciacca.

Estate Saccense 2016, tutti gli appuntamenti fino allo spettacolo pirotecnico di Ferragosto

Momenti di spettacolo con appuntamenti di grande richiamo come il concerto in piazza Rossi di Fiorella Mannoia e momenti di fede con la processione del simulacro della Madonna del Soccorso per le vie della città. Sciacca, dice l’assessore allo Spettacolo Salvatore Monte, si appresta a vivere il ponte di Ferragosto con diversi appuntamenti inseriti nel […]

Giunta comunale delibera il “Piano di assegnazione degli obiettivi ai dirigenti”

La Giunta comunale ha deliberato il “Piano provvisorio di ricognizione e assegnazione degli obiettivi ai dirigenti”. Il documento – si legge in premessa – “mira, ad oggi, da parte dell’Amministrazione, a fornire delle linee di indirizzo che possano orientare i dirigenti nella programmazione immediata della propria attività, nelle more dell’approvazione del bilancio e dei documenti […]

“Ferragosto sicuro”, avviso del sindaco Di Paola: “Rispettare l’ambiente e le disposizioni”

Il sindaco Fabrizio Di Paola ha diramato un avviso appellandosi al buon senso dei cittadini, ai turisti, ai fruitori delle spiagge per un Ferragosto sereno e sicuro. Rivolge a tutti l’invito a rispettare i luoghi pubblici, ad avere cura dell’arenile e dell’ambiente circostante, ad attenersi scrupolosamente alle disposizioni. E richiama il contenuto di una nota […]

AVVISO AI CITTADINI: il 14 e 15 agosto non conferire i rifiuti indifferenziati per chiusura discarica

    Il sindaco Fabrizio Di Paola ha diramato oggi un avviso alla cittadinanza con l’invito a non conferire i rifiuti indifferenziati (“secco residuale”) nei cassonetti dalla giornata di domenica 14 agosto fino alle ore 19,00 di lunedì 15 agosto 2016, a causa della chiusura della centrale di trasferenza di Alcamo e della discarica di […]